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✦ Dispacci dal Moniverso

Il calendario

Ovvero: dodici mesi di scoperte

Il periodo delle feste natalizie arrivava sulle famiglie come un promemoria — un binario necessario a tenerti in carreggiata e riequilibrare gli eccessi passati. Ogni buona famiglia si preparava per apparire in chiesa ordinata, pulita, con i vestiti nuovi. I miei capelli dovevano essere sfoltiti per allinearsi al periodo che stava arrivando.
Il negozio del barbiere era vicino alla stazione ferroviaria di Navacchio. Una grande vetrata all'ingresso illuminava la stanza piccola — si vedeva dentro da fuori e fuori da dentro, in entrambe le direzioni, senza segreti. Un posto solo di uomini, ma esposto al paese come una bacheca. Due poltrone grandi e comode, di quelle con i braccioli e lo schienale alto. Da piccolo ci sprofondavi dentro e ti mettevano un rialzo per portarti all'altezza giusta. Quella volta non serviva più.
Il barbiere era più vecchio di mio padre. Portava un camice a mezza via tra il sanitario e il macellaio. Conosceva tutti — i clienti per nome, i passanti per faccia, e aveva una rete di informatori camuffati da clienti che gli portavano il resto. Sapeva come andava il mondo perché il mondo gli passava davanti alla vetrina e ogni tanto si sedeva sulla poltrona. Probabilmente il Natale per lui era solo un periodo con troppo lavoro e troppe notizie.
Nell'aria c'era shampoo e profumi forti. I ragazzini non avevano diritto alla brillantina — quella era roba da adulti. Ai ragazzini i capelli si tenevano puliti e si ordinavano a spazzola e fuoco: la spazzola che ti grattava la testa — una sensazione che oggi mi è familiare, un po' meno — e il getto dell'asciugacapelli a manetta, che non prevedeva regolazioni. Allo specchio guardavi la trasformazione senza avere voce in capitolo su cosa tenere e cosa scartare. Decideva lui. Tu guardavi. E alla fine per educazione si diceva che erano perfetti.
Poi arrivava la seconda pompetta — un colpo di profumo sul collo e sulle spalle. Come un biglietto da visita: uscivi diverso da come eri entrato, e tutti potevano sentirlo.

Poco prima che mi voltassi per uscire disse: "Aspetta, tieni, voglio darlo anche a te. Buone feste." E si fece una bella risata. Aprì un cassettino da cui prese un piccolo libricino ripiegato come un santino ma con più pagine. Io rimasi come imbambolato — non capii bene, o forse feci finta di non capire. Presi quel libricino forse arrossito e me la svignai come un ladro.
Non era un gesto trasgressivo — era un gesto di complicità. Gli uomini dentro il negozio, il barbiere per primo, mi accettavano.
A casa lo aprii da solo, senza fretta. Era un libricino — carta sottile, pagine a coppie: da un lato una signorina, dall'altro i giorni del mese in fila. Corpo e calendario, rilegati insieme con un cordoncino rosso. Profumava — qualcosa a metà tra la lavanda e un profumo da donna, non del tutto neutro, non del tutto altrui.
Era il corpo — quello che sta nascosto sotto i vestiti e non si vede mai. Il mistero, da vicino, era meno misterioso di quanto promettevano. Solo bello. Eppure lì stava, nascosto, dodici volte, una per mese.
Lo sfogliai con la stessa calma con cui si esamina qualcosa che non si è ancora visto. Senza enfasi, senza fretta. Lo tenevo nascosto perché sapevo che non avrei dovuto averlo — ma nasconderlo era logistica, non rimorso. Alla fine l'ho smarrito e dimenticato, come succede alle cose che si tengono troppo nascoste.
Uscii dal barbiere con il libricino in tasca e il profumo sul collo. La bicicletta era appoggiata al muro dove l'avevo lasciata. Il paese era lo stesso di prima. Ma in tasca c'era qualcosa che scottava — non di vergogna, di elettricità.
Pochi giorni dopo era Natale.

In quegli anni la TV aveva portato i cowboy in ogni salotto. Pistole, duelli, fulminanti — il copione era sempre lo stesso: il bene e il male si riconoscevano dalla parte da cui sparavano. Una famiglia ordinata e vestita a festa poteva tranquillamente regalare un fucile a fulminanti al proprio figlio. La TV lo aveva già deciso — i genitori eseguivano.
Il fucile arrivava dallo zio Antonio. Antonio aveva due figlie e avrebbe avuto la terza — ma ancora non lo sapeva. Regalava fucili ai maschi degli altri come si paga una fattura allo sportello. Non giocava con noi, non restava. Il regalo arrivava e lui se ne andava.
Era una replica perfetta ma in miniatura — leggerissimo, così leggero che anche un bambino piccolo e debole avrebbe potuto impugnarlo. Il calcio era in plastica simile a legno, di quelli che si vedevano in TV nelle battaglie con gli indiani. Sotto l'albero, con la carta da regalo ancora attaccata, sembrava una cosa seria. In mano non pesava niente.
In giardino sparavo da solo. Non contro un bersaglio, non verso niente di preciso. Puntavo in aria e premevo il grilletto. Quello che mi interessava era il momento dopo: il botto, il fumo, le scintille — tanta energia compressa in uno spazio così piccolo. Nell'aria restava l'odore della polvere bruciata, metallico e secco, l'opposto esatto della lavanda. I fulminanti erano pochi e andavano usati con parsimonia — ogni colpo era una scelta. Quando finivano, il fucile diventava plastica.

Pochi giorni dopo era Natale. Sotto l'albero c'era il fucile. Il calendario era nascosto in camera. Poi non lo trovai più.
Li ho portati entrambi nello stesso giorno di dicembre: uno in mano, uno in testa. Il paese fuori era lo stesso. I miei erano al loro posto. Il profumo di lavanda era già evaporato.
Era andata così.