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✦ Idee & teorie

La realtà come flusso

Appunti di un non-fisico su un'intuizione che, da qualche anno, non mi lascia in pace. Niente di dimostrato: solo un modo di guardare.

Comincio con una resa. Non sono un fisico, e quello che segue non è una teoria: è un'intuizione, ripetuta a me stesso abbastanza volte da meritare di essere scritta. La metto qui come si mette un sasso sul davanzale — non perché pesi, ma perché smetta di rotolare in tasca.

L'intuizione è questa. Forse, sul fondo del mondo, non ci sono cose. Non particelle, non campi, non lo spaziotempo: tutte queste sarebbero figure, increspature, modi in cui qualcosa di più semplice si organizza. E quel qualcosa è informazione. La materia non contiene informazione: la materia è un modo in cui l'informazione, a una certa scala, si tiene insieme.

Detta così sembra una boutade. E forse lo è. Ma ho la modesta scusante di non essere il primo a pensarla.

In buona compagnia

Questo, per me, è insieme un sollievo e un monito. John Wheeler, uno dei grandi della fisica del Novecento, riassunse un'idea vicina in tre parole rimaste celebri: it from bit, la cosa che nasce dal bit. Carlo Rovelli sostiene che le proprietà di un oggetto non esistano in assoluto, ma solo in relazione a ciò che le misura. Erik Verlinde ha provato a far emergere la gravità stessa da considerazioni di informazione ed entropia, come se non fosse una forza ma una contabilità.

Sto camminando, insomma, su un sentiero che gente molto più attrezzata di me ha già aperto. Non rivendico il sentiero: dico soltanto dove mi porta quando lo percorro a modo mio.

Il tubo catodico e la fine del tempo

Mi porta, per esempio, a guardare i buchi neri in modo strano. Nel racconto consueto, una stella che esaurisce il combustibile collassa, comprime la materia oltre ogni limite e produce una singolarità: un punto dove le equazioni smettono di funzionare e restituiscono infiniti. Ma se il collasso non fosse una compressione, bensì un prosciugamento? Se la stella non implodesse perché troppo piena, ma perché si svuota — perché il flusso che alimentava i suoi processi si esaurisce, e tutto intorno si riversa verso la zona ormai povera, come l'acqua verso lo scarico?

C'è un'immagine che mi è rimasta addosso. I vecchi televisori a tubo catodico, quando li spegnevi, non si oscuravano di colpo: l'immagine si ritirava verso il centro dello schermo, lasciava per un istante un punto luminoso, e poi un debole bagliore residuo del fosforo. Provo a leggere un buco nero così. La stella che collassa è l'immagine che si contrae verso il centro. L'orizzonte degli eventi è il fosforo, la superficie su cui l'informazione resta impressa. E quell'evaporazione lentissima che i fisici attribuiscono a Hawking è l'afterglow: il bagliore che si spegne, su tempi non di secondi ma di ere.

E il tempo? Per chi cade dentro, il tempo non rallenta fino a fermarsi. Il tempo finisce, come l'ultima pagina di un libro. Non c'è un "dopo" oltre l'orizzonte da raggiungere a velocità ridotta: c'è il punto in cui il flusso non si propaga più, e dove il flusso si ferma, si ferma anche il tempo.

Il verso della corrente

Perché questa, nell'intuizione, è la natura del tempo: non un binario esterno lungo cui scorriamo, ma la direzione stessa in cui l'informazione si propaga, dal più denso e ordinato al più rarefatto. Il tempo non è il contenitore del flusso. È il flusso, visto di profilo. La famosa freccia del tempo — il fatto che il passato sia diverso dal futuro, che le uova si rompano e non si ricompongano — smette di essere un mistero da spiegare e diventa la cosa più ovvia: stiamo guardando una corrente mentre scorre, e una corrente ha un verso.

Lo stesso spostamento di sguardo tocca altre stranezze. Nella doppia fenditura ci stupiamo che una particella sembri passare da due fessure insieme; ma forse l'errore è aspettarsi che un flusso si comporti come un oggetto. E quando il telescopio Webb trova galassie già mature pochi istanti cosmici dopo il Big Bang — troppo presto per costruirle mattone su mattone — forse non c'è nulla da costruire: la struttura non viene assemblata dalla materia, la precede, perché era già scritta nel flusso.

Dove potrei sbagliarmi

A questo punto un fisico serio alza, giustamente, un sopracciglio. È tutto molto bello, ma una teoria che spiega ogni cosa non predice niente: è poesia, non scienza. È l'obiezione che mi faccio per primo, ogni volta. E proprio per questo la parte che mi interessa di più non sono le immagini suggestive, ma i pochi punti in cui l'intuizione potrebbe rompersi.

Uno lo trovo guardando i grandi vuoti cosmici. Se la capacità del flusso di propagarsi fosse maggiore là dove c'è meno materia, la luce che attraversa un enorme vuoto dovrebbe arrivarci come se quella regione si espandesse un filo più in fretta — un effetto piccolo, ma correlato con i vuoti, non casuale. È una cosa che si può andare a controllare nelle mappe del cielo. E quando provo a scrivere quanto dovrebbe valere quell'effetto, l'unica forma coerente con le premesse è disarmante nella sua semplicità:

C(ρ) = Cmax · ( 1 − ρ/ρmax ) la capacità di propagazione cala in modo lineare con la densità di materia ρ

Non l'ho scelta per far tornare i conti: viene fuori da sola, ed è lineare — il che la rende diversa da altre forme possibili, e quindi, almeno in linea di principio, falsificabile. Magari è sbagliata. Ma è il tipo di cosa che può essere sbagliata, ed è già qualcosa. Un'intuizione diventa interessante esattamente nel momento in cui accetta di poter avere torto.

Una domanda, a bassa voce

Resta una domanda che tengo per ultima, e di proposito sottovoce, perché è la più fragile e la più facile da prendere in giro.

Se la realtà è un flusso d'informazione organizzato a tutte le scale, abbastanza ricco e stratificato, allora forse — forse — i pattern che a un certo punto si ripiegano su sé stessi e si chiedono cosa sono non sono né un incidente né uno scopo. Non "l'universo esiste per produrre coscienza", ma piuttosto: un flusso fatto così non può non generare, da qualche parte, qualcosa che si guarda. La coscienza come attrattore, non come fine.

Non lo so. Non lo so davvero, e diffido di me stesso ogni volta che ci penso, perché è proprio il punto in cui un'intuizione elegante rischia di scivolare in favola consolatoria. La lascio qui come domanda aperta, non come risposta: è il sasso che continua a rotolare, anche dopo che ho posato gli altri sul davanzale.

Tutto questo, lo ripeto, non pretende di avere ragione. Pretende solo di essere un buon modo di guardare per qualche minuto — e magari di farvi venire voglia di guardare meglio di me.


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